STEFANO FIZ BOTTURA E CARLO PASTORE, TRA ROCKIT E MI AMI FESTIVAL
SE IL SUCCESSO DEI FESTIVAL MUSICALI ITALIANI STA TUTTO NEL LASCIARSI STUPIRE OGNI VOLTA, GUARDANDO AL FUTURO CON CURIOSITÀ E GLI OCCHI BEN APERTI

Avere una visione sempre più allargata del panorama musicale italiano attuale per studiare un luogo, un contesto, un’atmosfera in cui creare un’esperienza sempre più completa. Un mondo da connettere con i contenuti e i racconti dei possibili sponsor.

Abbiamo chiesto a Stefano (per gli amici Fiz) e Carlo quale sia il presente e il futuro prossimo dei festival musicali. Ci hanno raccontato come è iniziato il loro percorso, partendo dalla passione per la musica. 

Parliamo innanzitutto di Rockit, la cosa che vi accomuna. Come vi siete conosciuti attraverso questo progetto? E soprattutto qual è il ruolo del rock oggi?

S: Tutto è iniziato perché Carlo leggeva Rockit e voleva farne parte. Mandò una mail chiedendoci di collaborare, era giovanissimo, aveva 15 anni. Iniziò quindi a scrivere per la piattaforma e da lì ci siamo conosciuti. Rockit permette a tante persone di mettersi in contatto, è tante persone diverse con esperienze e stimoli diversi. E questa è la sua forza.

C: Rockit è nato proprio come sito web che agglomerava persone in remoto.
Ci siamo conosciuti sulla base di gusti musicali, di alcuni valori, su un certo tipo di narrazione. Sulla base, inoltre, di un certo tipo di curiosità perché tutto quello che facevamo era una novità.
Stiamo parlando della fine degli anni ’90, gli albori del web in Italia. Un momento storico in cui c’era in gioco il rock, c’era una grande divisione tra mainstream e cose alternative.
L’indie che passava in Italia era, in realtà, quello americano e il rock italiano alternativo era appunto “alternativo” nel vero senso del termine. Aveva una funzione contro-culturale e raccontava un mondo avulso ai media mainstream.  C’era un vuoto in quel senso ed è stato colmato dall’idea di raccontare soltanto cose italiane, magari sconosciute, che meritavano di essere spinte.

Puntare in modo così forte sulla parte Italiana della musica  in un momento in cui si parlava tanto di scenario internazionale è stato quello che forse vi ha più differenziato rispetto ad altri.
Che poi in Rockit c’è la parola rock. Ha ancora senso o tutto è cambiato?

S: Abbiamo replicato quello che stavano facendo band alternative degli anni ‘90 con la musica, prendendo delle sonorità, dei modi di intendere la musica in italiano per la prima volta. Confrontarsi con la lingua italiana era una cosa nuova per quel mondo e noi ci siamo lanciati, dando valore e coltivando questo aspetto che ci piace molto. Abbiamo sempre avuto un linguaggio diverso che ci ha caratterizzato tanto nel nostro racconto.

C: Poi sono passati 20 anni ed è cambiato tanto il contesto, ma è stato interessante da questo punto di vista vedere come tutto si è rimodulato su quello che serve spingere adesso.
Per me la parola rock oggi racconta di un mondo non passato ma nemmeno in grandissima forma. Il rock è morto mille volte e non morirà mai, però l’energia va trovata altrove. Lo dico serenamente, perché sono fortemente convinto che si possa considerare un genere alla pari dello swing, del blues, del jazz. Sono forme musicali cristallizzate del passato già sperimentate in ogni modo, sia in senso positivo che negativo.

Dall’online siete tornati all’offline e alle esperienze vive della musica. La nascita del MI AMI ha vissuto un passaggio logico?

S: È stata una sfida e allo stesso tempo una cosa abbastanza naturale. Eravamo in un momento  in cui, vuoi per fortuna vuoi per quello slancio del “proviamoci”, ci siamo chiesti se quello che stavamo facendo online avrebbe potuto funzionare anche fuori. E il Mi AMI ci ha fatto dire si.
Nonostante l’inesperienza iniziale, lo spirito naif con cui siamo partiti è rimasto negli anni, ci caratterizza tutt’ora e ritorna in ogni edizione. Fa parte di noi, è una sorta di magia che garantisce a chi partecipa di stare bene.

C: Ricordo perfettamente l’idea di Fiz di fare qualcosa che permettesse di ritrovarsi tutti in un posto. Perché i festival sono una componente fondamentale del mercato della musica live. La cosa interessante sul MI AMI è che è arrivato in un momento in cui non c’era niente di questo tipo e si è collocato all’inizio di una rinascita della Festival Industry, dal punto di vista italiano di nascita completa in realtà, in un momento in cui i festival si stavano sostituendo ai club. Dettaglio non ipotizzabile prima.

Siete stati tra i primi a cercare di andare subito sul festival e questo vi ha ripagati. Il risultato finale è che riuscite a vendere prima della Line Up, un fenomeno incredibile in Italia. Anche se la scelta finale però è ancora fatta in base a chi suonerà.

C: La Line Up è il fattore distintivo. Il festival ci mette molto di suo ma sono gli artisti a fare la differenza. Dipendiamo dalla bellezza che riescono a creare.
Il MI AMI ha un immaginario forte perché è stato in grado di formare un’identità visiva propria, però è abbastanza evidente che lo scarto dei biglietti venduti lo fanno gli artisti. È anche la capacità di saper intercettare gli artisti stessi, metterli in un contesto in cui vengono esaltati per una serie di incastri e associazioni. Sono cose che non prescindono l’una dall’altra.

Proviamo a immaginare: c’è un pullman che sta andando al MI AMI. Chi c’è sopra?

S: Circa il 50% di coloro che ha partecipato alla scorsa edizione arrivava da Milano e hinterland e l’altro 50% da tutta Italia. Come età sono molto contento di poter affermare che si è nettamente abbassata nell’ultimo anno, anche grazie a Carlo e alle sue scelte artistiche. Questo vuol dire creare un festival sano.

C: Ci siamo accorti che tanta gente si è approcciata al mondo dei festival e al MI AMI proprio quest’anno. Andare ad un festival per la prima volta ti cambia, è un’esperienza fortissima che va oltre la semplice esibizione.

Qual è il vostro percepito sul mondo dei festival in Italia?

S: Il modo in cui fanno comunicazione tanti festival è sicuramente figlio di quello che abbiamo fatto, ma lo dico con tantissima gioia perché viene fuori un po’ di creatività mista a riconoscenza, anche quando non è esplicitata. Se vedo che qualcuno riutilizza dei codici che ho sperimentato anni fa penso che effettivamente erano validi e non posso non essere contento.

Cosa può fare secondo voi uno sponsor per il MI AMI e quale è stata la vostra esperienza?

S: Può aiutare a realizzare un festival bellissimo, questo è indubbio. Negli anni tutti gli sponsor che sono venuti al MI AMI ci hanno aiutato tantissimo a migliorare, a fare quel passo in più per realizzare tutte le cose che avevamo già in mente per crescere.

C: I festival musicali non possono prescindere dagli sponsor, non esiste festival musicale che possa stare in piedi soltanto con la biglietteria, parlando di festival di un certo livello. I brand sono fondamentali per la riuscita di eventi di questo tipo.
Milano ha molti eventi simili al nostro ultimamente e lo viviamo tantissimo perchè polarizzano una serie di risorse tra cui gli sponsor stessi. Al di là di questo, MI AMI è un’esperienza sana con molta biglietteria e significa che ha una propria sostenibilità.   

Cosa possiamo aspettarci dalla prossima edizione?

C: Ci si aspettano sempre delle sorprese! Speriamo che sia un festival in grado di aprire la strada agli artisti, alla stagione dei festival. Perché è quello che il MI AMI ha sempre fatto, aprire la strada verso cose nuove. Le ha aperte ai gruppi che vedevano nel MI AMI il punto di svolta per la loro carriera, le ha aperte a tutti quelli che si approcciano al mondo dei festival per la prima volta.
E poi gli artisti sono sempre in mezzo al pubblico, ed è potentissimo.

S: C’è sempre una sorta di continuità tra l’essere pubblico e l’essere sul palco l’anno successivo.

Cosa significa per voi essere beyond the line?

C: Significa andare in giro e farsi ispirare. Bisogna stare al mondo con gli occhi aperti, tutto è nell’aria se ci si sforza di coglierlo. Curiosi con la voglia di farsi stupire e capaci di riaccendersi continuamente.
Fare una cosa nuova significa anche crearsi dei problemi che prima non c’erano e che avresti addirittura potuto evitare. Perché quando funziona è bello, ti tiene vivo. Il segreto è rilanciare costantemente.

Marco Zambaldo
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Bianca Cutillo
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